Lo sviluppo di reti IPv6 in Italia

Che il sistema TCP/IP basato sul piano di indirizzamento IPv4 abbia ormai raggiunto i propri limiti è un dato di fatto universalmente riconosciuto. In termini di disponibilità di archi di indirizzi, continuando l’attuale trend di assegnazione, le numerazioni potrebbero terminare entro pochi anni e proprio a causa di questa scarsità di risorse, è possibile che si verifichi una corsa all’assegnazione degli ultimi indirizzi disponibili, che avrebbe la conseguenza di far precipitare ancora più rapidamente la situazione. In previsione di questa evenienza IETF nel 1992 iniziò a sviluppare IPv6, un nuovo stack con un nuovo piano di indirizzamento. Con IPV6 il limite storico dell’IPv4 (4 miliardi di ip) viene innalzato a 16 miliardi di miliardi di indirizzi. I due sistemi possono coesistere per consentire una migrazione progressiva e le molte soluzioni tecniche introdotte nell’IPv6 lo rendono molto più efficiente, sicuro, ed adatto alle nuove esigenze dell’Internet mondiale.

Come premessa alle valutazioni seguenti, è utile analizzare lo stato dell’arte di questa tecnologia: i primi sistemi operativi a supportare IPv6 (intorno al 1996) furono quelli basati su Unix (Unix, linux, freebsd, Solaris ecc). Microsoft iniziò lo sviluppo solo leggermente più tardi. Nel 1998 rilasciò una prima beta del layer di compatibilità IPv6 per Windows 95 e 98 e nel 2002, con Windows XP Service Pack 1, la funzionalità diventò ufficialmente e definitivamente parte integrante dello stack IP dei sistemi operativi Microsoft. Apple, con MacOS X, ha da sempre il supporto IPv6 abilitato di default.

In questo momento quindi, la compatibilità a livello di sistema operativo è stabile in tutti i sistemi operativi ragionevolmente moderni. Gli strumenti di base sono pronti e sotto questo aspetto non sono necessari ulteriori interventi. E facile ipotizzare che la stragrande maggioranza dei Personal Computer e dei Server attualmente in funzione abbiano la capacità di interconnettersi alla rete IPv6. Anche a livello di software applicativo la situazione si sta evolvendo rapidamente, Microsoft, i grandi produttori software in genere, i sistemi opensource, i produttori hardware, sono tutti pronti all’IPv6.

Di contro invece sarà certamente necessaria importante un’opera di aggiornamento dei vecchi sistemi già installati nelle aziende come ad esempio alcuni firewall Hardware, le macchine con sistemi operativi mai aggiornati, o quei software sviluppati per ambienti verticali, che magari non vengono toccati per anni (pensiamo ad esempio ai gestionali “vecchio stile”, oppure a sistemi di automazione industriale sviluppati ad hoc, ecc.) ed in cui le singole aziende dovranno investire se vorranno adeguare i propri prodotti all’IPv6. (cosa comunque – ricordiamolo – non obbligatoria!)

Sembrerebbe una situazione in rapida e costante evoluzione, però dopo 16 anni dalle prime implementazioni IPv6 fatica ancora a prendere
piede. Perché?

Purtroppo, alla base di tutto, vi sono ancora importanti aspetti economici. E’ inevitabile che in fase di transazione le reti e tutti gli apparati di backbone siano compatibili sia con IPv4 che con IPv6 e ciò rende necessari investimenti in termini di aggiornamento e di riconfigurazione dei sistemi, nonché una doppia attenzione al corretto funzionamento dei servizi in entrambi gli ambiti di utilizzo. Questa doppia compatibilità, comporta un carico gestionale maggiore e soprattutto genera inevitabilmente la necessità di nuova formazione ed aggiornamento del personale.

In Italia poi, il cronico ritardo tecnologico delle infrastrutture di rete ed il lassismo tecnologico dell’incumbent pone ulteriori problemi. Non è infatti disponibile diffusamente alcuna offerta certificata per IPv6, sebbene tecnicamente sarebbe possibile realizzarla.

Dal punto di vista della penetrazione dell’IPv6 presso l’utenza finale si pongono i maggiori problemi. La presenza di apparati vecchi od obsoleti è infatti molto comune e spesso sono gli operatori stessi che, probabilmente per risparmiare qualche centesimo, ancora oggi forniscono in comodato d’uso apparati che non supportano IPv6.

I software attuali degli apparati di rete usati dagli operatori (Cisco, Juniper ecc.) sono perfettamente compatibili con IPv6, ma purtroppo molti apparati non sono stati tenuti aggiornati nel tempo. E’ chiaro che di conseguenza gli operatori sono restii ad implementare un nuovo protocollo che li obbligherebbe a riverificare uno per uno tutti gli apparati implementati sul campo.

Se in Italia pochi operatori hanno in uso numerazioni IPv6 assegnate dal RIPE, meno ancora offrono connettività basata su IPv6 ai propri utenti o permettono l’annuncio di classi IPv6.

La situazione in prospettiva è drammatica, il mercato italiano vessato dal costante dumping dell’incumbent non lascia spazio agli investimenti lungimiranti e la richiesta “dal basso” è insufficiente ad obbligare le grandi aziende ad investire in nuove tecnologie che non siano utili esclusivamente a tutelare i propri walled garden.

Ma allora cosa fare? Attendere impassibili che Internet arrivi al collasso? Assolutamente no!

E’ necessario innanzi tutto cominciare col dare il buon esempio: il governo degli Stati Uniti ha dato mandato a tutte le sue organizzazioni di prepararsi per la transizione ad IPv6 entro il giugno 2008. Sarebbe auspicabile anche in Italia adoperarsi in questo senso.

Come operatori e consulenti noi ISP possiamo proporre dei servizi innovativi che rendano appetibile l’IPv6 all’utenza comune e che dimostrino in piccolo i vantaggi ottenibili su larga scala dall’implementazione diffusa dell’IPv6.

E’ possibile fornire già da subito dei servizi IPv6 implementando delle soluzioni tecniche particolari (dei tunnel IPv6-on-IPv4). Purtroppo questo tipo di implementazione non offre nessuno dei vantaggi di un sistema IPv6 globalizzato: non è performante ed introduce diverse criticità, ma si tratta dell’unico modo per iniziare a diffondere la conoscenza dell’IPv6 senza attendere che i grandi operatori si sveglino dal loro letargo e in questo momento la diffusione presso l’utenza è lo strumento fondamentale per creare quella richiesta “dal basso” necessaria proprio a risvegliare gli interessi dell’incumbent e degli altri operatori di backbone.

Una disseminazione efficace potrebbe creare un effetto volano in grado di sensibilizzare l’opinione pubblica a pretendere dai produttori di apparati consumer e dai grandi operatori di TLC un maggiore impegno e più attenzione a questa nuova tecnologia.